Nicolò Rubanu

Musicista

Nicolò, il cantore del passato

A Orgosolo, se dici Rubanu, tutti capiscono. Non è solo il nome di un gruppo musicale, ma un pezzo di identità, di storia e di orgoglio. E dietro quel nome c’è lui: Nicolò Rubanu, oggi 85 anni, figlio di pastore, musicista per passione e memoria vivente di una Sardegna che ha lottato, cantato e amato. 

Il Gruppo Rubanu nasce nel 1966, in un paese che sta trovando la sua voce. Pochi anni dopo, quella voce si fa urlo: è il tempo di Pratobello, un altopiano di pascolo comune che l’esercito italiano vuole trasformare in zona militare. Ma Orgosolo si alza in piedi. Senza armi, ma con coraggio. Nicolò è lì. Da quel momento, nulla sarà più silenzioso. 

Gli orgolesi, guidati anche da giovani come Nicolò, si oppongono in massa, occupando la piana e costringendo i militari a ritirarsi. Da quella esperienza di lotta popolare nasce in Nicolò una consapevolezza nuova. Ci voleva una voce che raccontasse la vita e la dignità del paese, una musica che fosse insieme denuncia, poesia e memoria.

“Abbiamo iniziato a cantare quello che conoscevamo”, racconta. “La vita agropastorale, le ingiustizie, le lotte. Non potevamo fare diversamente. Io ero figlio di pastore, gli altri erano pastori e uno era figlio di un operaio. Era la nostra realtà”.

Con il Gruppo Rubanu, Nicolò è tra i primi a portare la politica dentro il canto a tenore, pratica ancestrale della Barbagia riconosciuta oggi dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Quello che cantano è protesta, ma anche poesia. Come Pratobello, scritta da lui: un inno alla resistenza che ha fatto il giro dell’isola. Ma la sua preferita è Anna, dedicata a sua moglie. “Dopo tutte quelle canzoni di lotta, una d’amore ci voleva”, sorride.

Il Gruppo Rubanu nei primi anni ‘70 ha portato la voce di Orgosolo in tutta Italia. Da Milano a Roma, da Venezia a Firenze. Hanno suonato con i cantautori della canzone politica italiana, hanno incontrato gli Inti-Illimani, fuggiti dal Cile dopo il colpo di stato. 

Di quegli anni racconta: “ci si ritrovava con una chitarra e si cantavano canzoni di protesta. Non era per fare musica e basta, volevamo dire qualcosa.” 

E dire qualcosa, per Nicolò, è sempre stato essenziale. Anche nei murales di Orgosolo, che lui considera figli diretti di quella stagione. “Non ci interessa l’artista famoso. A noi interessa il messaggio, qualcosa che parli ai nostri ragazzi. Se ha un’idea, ne parliamo e il murale si fa. Serve solo una buona idea.” 

Oggi Nicolò continua a tenere aperto il suo negozio, dove da 56 anni vende souvenir, racconta storie e dà consigli. Suona ancora la fisarmonica e la chitarra.  Il Gruppo Rubanu si è sciolto da tempo, come spesso succede, a un certo punto i membri si sono allontanati. Ma la musica no, quella è rimasta. 

E della musica di oggi cosa pensa? “È bella certo. Ma quando esagerano e non capisci cosa ti vogliono dire non mi piace. Io voglio capire, se no mi chiedo: sono io ignorante o è lui che mi vuole fregare?”

La cosa che ama di più di Orgosolo è l’amicizia. “Sai qui conosci tutti. Passa uno e ti chiede ‘Ciao come stai? Dove stai andando?’. Questo è il bello.”