Sulle orme della dissidenza

Guida alla Strada della Dissidenza di Orgosolo

Ci sono paesi che si attraversano, e altri che ti attraversano con la loro storia, e ti cambiano. Orgosolo è così: una voce che resta addosso, una storia che non finisce mai di camminare.

Ogni pietra, ogni muro dipinto, ogni silenzio tra i boschi del Supramonte racconta la stessa storia: che qui la libertà non è mai stata un dono, ma una conquista. Una conquista per difendere le proprie idee, i propri valori e, molto spesso, la propria terra. Questo Orgosolo lo ha dimostrato al mondo intero quando è salito agli onori della cronaca nazionale durante la Rivolta di Pratobello del 1969, contro la costruzione di un poligono militare in un’area destinata al pascolo.

Ma Pratobello non è un evento nato dal nulla. Non è figlio del caso e non è avvenuto qui senza una ragione. Orgosolo ha una lunga, lunghissima storia di lotta, di ribellione, di sfida al potere precostituito. Questa storia, però, è molto meno conosciuta: non ci restano immagini, non abbiamo articoli di giornali, non abbiamo interviste. Eppure, la si può leggere ancora intravedere nel suo territorio tra aree naturali, reperti archeologici, chiese di campagna e villaggi abbandonati. Per questo è nata “La strada del Ribelle”: un itinerario che unisce in un unico racconto i luoghi simbolo della sua storia civile. Un percorso in auto o, per i più sportivi, in bicicletta tra il centro, la campagna e la montagna. Attraversando i luoghi dove la comunità orgolese ha difeso la propria dignità, la propria terra e la propria libertà.

    La partenza: ex municipio di Orgosolo

    Tutto parte dall’ex municipio di Orgosolo, sul corso principale. Quello che fu il cuore delle decisioni e delle manifestazioni civili è oggi il punto d’inizio di un viaggio che unisce storia, paesaggio e memoria. 

    La prima cosa che salta agli occhi è il grande murale sulla facciata, tra i più belli e fotografati del paese: “Concimi, non proiettili”, un titolo che riprende uno degli slogan nati durante la Rivolta di Pratobello, e che nel tempo è diventato una dichiarazione d’identità.

    L’opera fu realizzata nel 1984 da Francesco Del Casino, pittore senese e insegnante di educazione artistica, arrivato a Orgosolo nel 1964. Fu tra i primi a capire che i muri di Orgosolo potevano diventare una scuola a cielo aperto: un modo per raccontare la storia, la politica, la vita quotidiana attraverso l’arte. Questo murale nacque su un precedente affresco, dipinto nel 1976 e poi distrutto durante la ristrutturazione del municipio.

    L’opera ingloba al suo interno le aperture dell’edificio – porte, finestre, balconi – come a ricordare che la partecipazione popolare degli orgolesi alle lotte e alle manifestazioni è ormai parte indelebile della storia di questo edificio. 

    Si compone di tre scene, da leggere da sinistra a destra, realizzate nello stile inconfondibile di Del Casino, influenzato dalla pittura cubista. Nella prima è dipinta, con toni cupi, una scena di guerra: le trincee della Prima Guerra Mondiale, e in basso un uomo ferito, riverso a terra, che stringe un cartello antimilitarista.

    È Emilio Lussu, capitano del 151° reggimento della Brigata Sassari, parlamentare, antifascista e fondatore del Partito Sardo d’Azione nel 1921. Sotto, le sue celebri parole, pronunciate alla Camera nel maggio del 1922, mentre i fascisti si preparavano a marciare su Roma:

    Non per un palmo di lontana frontiera

    abbiamo gettato al vento la nostra giovinezza, 

    ma per un più alto ideale di libertà e giustizia…

    Al centro un corteo di uomini e donne di tutte le età attraversa la scena. Ma non è un solo corteo, né un solo giorno: Del Casino fonde in un’unica onda di gente le tante lotte che hanno attraversato questa terra. Ci sono le proteste contro i piani di rinascita degli anni Sessanta e Settanta, quelli che promettevano sviluppo e portarono fabbriche e veleni; ci sono i metalmeccanici di Ottana, fino al loro Consiglio di Fabbrica; e al cuore di tutto la lotta che qui non si dimentica: Pratobello. Bandiere, striscioni, colori che si fanno rossi, un popolo unito nella difesa della propria terra e della propria dignità. Sopra il corteo, gli slogan sui cartelli e i manifesti sono le riproduzioni di quelli realmente stampati durante la protesta nonviolenta del 1969, una delle più grandi vittorie civili della Sardegna del Novecento.

    A destra, un grande ritratto di Lussu, assieme a un estratto del telegramma che inviò alla popolazione proprio in quei giorni di lotta: «Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale incondizionatamente con i pastori e i contadini che non hanno capitolato. Se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro».

    “Concimi, non proiettili” non è solo un murale: è un manifesto civile che intreccia arte e memoria collettiva. Che racconta la nostra identità.

    La prova che la ribellione, a Orgosolo, non è solo un gesto.

    È un modo di stare al mondo. Che ha segnato tutta la nostra storia.

    Seconda tappa: Chiesa di San Marco

    “Dissidenza” è una parola semplice, ma dentro ha il peso di un mondo. Viene dal latino dissidere, da dis-, “lontano, altrove”, e sedere, “stare seduti”. Significa, letteralmente, sedersi da un’altra parte: non occupare il posto che ti è stato assegnato. Il dissidente non è chi fugge, e nemmeno chi aggredisce: è chi resta, ma altrove. Chi guarda le cose dallo stesso tavolo e sceglie un’altra sedia. E qui, a Orgosolo, dissentire ha sempre avuto un senso più profondo: vuol dire non accomodarsi nelle decisioni prese da altri, tenere la terra sotto i piedi e la dignità negli occhi.
    Vuol dire resistere.

    Sono tante le forme di dissidenza che hanno attraversato la storia di Orgosolo: quelle di un paese che ha difeso la sua terra, la sua acqua, la sua voce dalle ingerenze esterne con assemblee, manifesti, occupazioni. Sempre in modo non violento, con la partecipazione di tutte e tutti: donne, uomini, bambini e anziani.

    Una di queste è la protagonista della seconda tappa del nostro itinerario, la Chiesa di San Marco. Questa storia si svolge nel 1931, o anno IX dell’Era fascista.

    Da pochi anni in Italia il potere di Mussolini aveva cancellato ogni forma di democrazia: le leggi del 1926 avevano abolito sindaci e consigli comunali, sostituiti da un podestà nominato direttamente dal governo e da una consulta di pochi uomini scelti dall’alto. A Orgosolo, come altrove, le decisioni non appartenevano più al paese. Ma c’era una cosa che nessuno voleva farsi togliere: la terra comunale, quella che da secoli apparteneva a tutti.
    Il 27 dicembre del 1930, nel municipio, il podestà firmò un atto che cambiò tutto: una “permuta” con il Demanio dello Stato. Ufficialmente si trattava di uno scambio di terreni, ma nella realtà lo Stato otteneva le zone migliori, mentre al Comune restavano quelle marginali. La parte più fertile e preziosa del territorio di Montes passava di mano senza che la popolazione ne sapesse nulla.
    Quando la notizia si diffuse, la rabbia salì. I pastori, che su quei pascoli vivevano da generazioni, videro violato un diritto antico: quello di su connotu, il “conosciuto”, la regola non scritta secondo cui ogni famiglia aveva il proprio spazio e nessuno lo metteva in discussione. La notte tra il 24 e il 25 aprile 1931, qualcuno scrisse sui muri del cimitero e delle chiese di Santa Croce e di San Pietro frasi che nessuno aveva mai osato pronunciare: “Orgosolo, svegliati, venduto il Comunale”. “Santi, aiutateci, venduto il Comunale”.

    Era un avvertimento, un grido inciso nella pietra.

    Il mattino dopo, alla chiesa di San Marco, il paese si riunì per una festa molto sentita a Orgosolo. Come ogni anno, essendo San Marco la festa tradizionale dei caprai, si distribuiva ai bambini sa ita, carne cruda di pecora e pane. A questo giorno era legato anche un antico rito: le donne orgolesi, portando con sé un piccolo involucro di cotone con le uova del baco da seta autoctono, la “razza Orgosolo”, si spostavano in processione da San Pietro a San Marco. La processione coincideva con quella che tradizionalmente era considerata la data in cui iniziavano a fiorire i gelsi, l’unico alimento dei bachi da seta.

    Ma quel 25 aprile le cose andarono diversamente.

    Le donne, una dopo l’altra, dopo la messa lasciarono la chiesa e si diressero verso il municipio. Quel giorno non portarono in seno solo le uova del baco, ma la rabbia e la dignità di un paese intero. Appena la guardia aprì il portone, una cinquantina di loro irruppe nell’edificio. Le donne cacciarono gli impiegati, respinsero il prete che tentava di mediare e chiusero il portone con un ferro di cavallo. Per tre giorni e tre notti occuparono il Comune, dormendo per terra, mangiando in piedi, cercando tra armadi e cassetti gli atti della permuta. Fu una protesta collettiva e coraggiosa, che costrinse le autorità a reagire: da Nuoro arrivarono cento carabinieri per mettere fine all’assedio. Ma le donne non si arresero finché non ottennero una promessa scritta: le terre comunali non sarebbero state vendute né cedute al Demanio.

    Alla rivolta parteciparono anche ex amministratori del paese – tra cui gli ex sindaci Francesco Mesina e Giovanni Andrea Battasi, e l’ex assessore Giovanni Antonio Seruis – insieme al professore antifascista Giovanni Valenti di Gorizia, confinato politico a Orgosolo, che fu condannato a un anno di carcere.

    Giovanni Andrea Battasi, detto Tadeu, classe 1867, fu tra coloro che pagarono il prezzo più alto. Il 20 maggio venne arrestato nella sua vigna e accusato di essere uno dei promotori della sommossa. Fu mandato per due anni al confino di polizia a Bella, in Basilicata, con l’accusa di “sobillazione e turbamento dell’ordine pubblico”. Dai documenti sappiamo che chiese più volte di essere liberato per motivi di salute, ma le autorità respinsero ogni richiesta, temendo potesse tornare “a sobillare la popolazione”. Venne rimpatriato nel novembre del 1932, grazie all’amnistia concessa per il decennale dell’avvento del fascismo.

    L’episodio di San Marco rimase nella memoria come la prima grande forma di dissidenza collettiva di Orgosolo. Fu il giorno in cui il paese, unito, disse no: no alle decisioni imposte dall’alto, no alla svendita delle proprie terre, no all’ingiustizia. Quel “no” del 1931 aprì la strada a tutte le battaglie successive.

    Terza tappa: Su Dentes

    Attraversando l’area di Montes sembra quasi di sentirle ancora, le donne, urlare e difendere il loro territorio. Fermandosi in questa area di ristoro ricoperta di lecceti, è possibile incrociare maiali allo stato brado, mucche al pascolo, capre che saltellano tra una roccia e l’altra.

    Un’area di calma e quiete che però possiede la chiave per aiutarci a comprendere da dove nasca questo spirito di ribellione orgolese e barbaricino in generale. Non si può capire la storia di Orgosolo se non si tiene conto di dove si trova, tra le montagne del Supramonte.

    La montagna è il luogo per eccellenza dove la vita è più dura, ma non è mai solitaria. Lo dimostrano alcune tradizioni della cultura agropastorale sarda, come sa paradura: se un pastore perdeva il gregge, tutti donavano un capo di bestiame per ricostruire ciò che era andato perduto. Scriveva Fernand Braudel (1902-1985), storico francese, che la montagna è responsabile, quanto, se non più del mare, dell’isolamento delle popolazioni. Ma non solo. 

    La montagna è il rifugio delle libertà,
    delle democrazie e delle repubbliche rurali.
    Fernand Braudel

    In tutto il Mediterraneo è possibile vedere come le aree di montagna, soprattutto quelle più marginali e periferiche, condividano tratti comuni. Sono zone anti-urbane, luoghi fuori dalla grande storia, resistenti alle dominazioni. Zone accomunate da una sostanziale uguaglianza materiale, dalla scarsa o ridotta polarizzazione sociale, dalla resistenza alle istanze statali di centralizzazione e di controllo.

    Questo avvenne anche in Sardegna, soprattutto con l’arrivo dei Romani, quando il mondo comunitario e pastorale della Sardegna interna si trovò di fronte alla struttura urbana e gerarchica imposta dal potere coloniale. Da una parte i sardi, legati all’uso comune dei pascoli e a un equilibrio orizzontale fra gli uomini; dall’altra, Roma, che introdusse il latifondo, la proprietà privata e la legge scritta.

    Come scrive Giovanni Lilliu, il padre dell’archeologia sarda, fu «il nodo storico che ha spaccato la Sardegna in due»: la Romània delle città e dei campi ordinati, e la Barbària delle montagne, ancora intrisa di cultura nuragica e rurale. In questa seconda isola, che comprende anche Orgosolo, nacque un modello di comunità che imparò a difendersi, a reggersi da sé, a resistere ai poteri esterni. Una fighting society, direbbero gli studiosi.

    Se la pianura rappresentava l’ordine dello Stato, la montagna divenne il luogo dell’autonomia, dell’aiuto reciproco, della libertà condivisa. È da questa antica distanza di vedute che si può comprendere il carattere orgolese: la fiducia nei legami interni, la diffidenza verso ciò che arriva da fuori, la forza collettiva di chi preferisce gestire la propria realtà con le proprie mani.

    La “dissidenza” orgolese è quindi una storia che nasce dalla civiltà nuragica, che qui in Barbagia perdurò fino al VI secolo d.C., e scorre, come un filo d’acqua sotterraneo, fino alle resistenze più recenti.

    Quarta tappa: Pratobello

    Siamo nel 1969. Un periodo complicato per l’Italia, di lotta: il movimento del Sessantotto non si è ancora spento e nelle fabbriche si prepara l'”autunno caldo”.

    Anche qui, a Orgosolo, è l’anno che passerà alla storia come quello della Rivolta di Pratobello. Una rivolta non più contro l’impero romano, né contro il podestà fascista: stavolta contro lo Stato italiano e il suo esercito.

    Dopo alcune esercitazioni di polizia effettuate l’anno precedente, nel maggio del 1969 l’esercito annuncia di voler installare nell’area un poligono di tiro temporaneo per la Brigata Trieste, unità di fanteria nata nel dopoguerra nel quadro della NATO. Il 27 maggio sui muri del paese compare un avviso: per due mesi l’area sarà adibita a poligono di tiro. Un’area di 12 mila ettari di terreno, che comprende i migliori pascoli comunali, compresi quelli di Pradu al confine con il comune di Fonni.

    I pastori dovranno trasferire altrove 40.000 capi di bestiame, con un indennizzo di 30 lire al giorno per pecora, un affronto considerando che il mangime da solo costa 75 lire al chilo. Ma, soprattutto, in paese nessuno crede alla parola “temporaneo”. Il timore è che, come già accaduto in altre zone della Sardegna, la base diventi permanente.

    Dai primi di giugno, Orgosolo diventa una grande assemblea e si dà vita a una forma di resistenza nonviolenta. Tutti partecipano: pastori, braccianti, studenti, donne. Il 7 giugno, l’assemblea popolare indice una manifestazione dimostrativa a Pratobello per dare «un primo avvertimento alle autorità militari e politiche che hanno deciso arbitrariamente di invadere i nostri territori». I tentativi di mediazione del commissario prefettizio, della questura e dei sindacati non portano a nulla. Gli orgolesi rifiutano gli indennizzi: quella terra non ha prezzo. Quando qualcuno propone di appellarsi al Parlamento, la risposta della comunità, però, è ferma: «Il terreno di lotta dei pastori non è il Parlamento».

    Nonostante la forza degli orgolesi, lo Stato non ha intenzione di retrocedere e il 19 giugno iniziano le esercitazioni. Ma Orgosolo non ci sta: tremila orgolesi occupano pacificamente i pascoli. Seduti a terra, a mani alzate, fronteggiano i soldati. C’è anche zio Battista Corraine, detto Zoeddu, quasi centenario. Si mette davanti ai camion dei soldati, alto e fiero, e quando un militare gli intima di farsi da parte risponde soltanto: «Io ho quasi cent’anni, e se mi fate del male, non so se voi camperete cent’anni come me». Un gesto simbolico, rimasto nella memoria del paese come l’immagine stessa della resistenza civile.

    Donne e bambini tagliano i fili telefonici, uomini e ragazzi sollevano a braccia le camionette per spostarle dal passaggio, altri si dispongono accanto ai bersagli per impedire i tiri. Le forze armate rispondono con rastrellamenti e arresti: centinaia di manifestanti vengono portati via, ma il paese non si ferma. L’intera comunità continua a presidiare l’altopiano, giorno e notte.

    La politica locale prova a contenere il malcontento, mentre Emilio Lussu, ormai anziano, pur non potendo partecipare alle proteste invia un telegramma di sostegno alla popolazione. Nel telegramma definisce quanto sta accadendo a Pratobello una provocazione colonialista contro la pastorizia e l’agricoltura. Considera gli indennizzi offerti dallo Stato un’offesa, un palliativo che non cancella ma aggrava l’ingiustizia, e afferma che chi ha coscienza dei propri diritti non li svende. La responsabilità, scrive, non è dei militari ma della politica. Conclude chiedendo l’immediato allontanamento dei militari e la fine del poligono, in nome del lavoro, della produzione e della democrazia.

    Alla fine, lo Stato è costretto a trattare: una delegazione di rappresentanti politici e non (tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano e il presidente del Circolo giovanile) va a trattare con il Ministro della Difesa Luigi Gui e il Sottosegretario Francesco Cossiga. Torna con una promessa scritta: il poligono di Pratobello sarà smantellato, le esercitazioni si fermeranno entro agosto e non verrà mai istituita una base permanente.

    Guardata dalla prospettiva di oggi, fu una vittoria collettiva, nata dall’unione di un intero paese: donne e bambini in prima linea, pastori, artigiani e studenti fianco a fianco. A Pratobello Orgosolo scelse la forza della nonviolenza contro la forza delle armi e dimostrò che la resistenza può essere anche questo: difendere la propria terra e la propria dignità senza cedere all’odio.

    Per chi lo desidera, è possibile rientrare verso il centro del paese lungo la stessa strada da cui si è arrivati: Orgosolo è lì, poco distante, pronta ad accogliere chi vuole chiudere il cammino dove tutto ha avuto inizio.

    Chi invece sceglie di proseguire sulle orme della disobbedienza può spingersi più avanti, passando per le Domus de Janas di Salhopasa – tre tombe ipogee scavate nella roccia, tra cui spicca la prima, con il suo splendido focolare rituale.

    Le Domus de Janas sono una delle prime e più affascinanti espressioni della cultura sarda: tombe ipogee scavate nella roccia già nel Neolitico che raccontano riti e simboli di comunità profondamente legate alla terra. Nel 2025 questo straordinario patrimonio è stato riconosciuto dall’UNESCO, all’interno del sito seriale “Tradizioni funerarie nella Preistoria della Sardegna: le Domus de Janas”.

    È arrivato ora il momento di inoltrarsi nell’area agricola per eccellenza di Orgosolo. Lì, tra vigneti e campi coltivati, ci aspetta un’altra storia di resistenza, più antica ma ancora viva: una storia che parla di acqua, di potere, e di futuro.

    Quinta tappa: Locoe

    Cos’è un’utopia? Un’isola che non c’è, ma che qualcuno, ostinato, prova lo stesso a costruire. Molti chiamano la Barbagia “un’isola dentro l’isola” per esprimere la sua diversità rispetto al resto della Sardegna. Qui è da sempre vivo uno spirito combattente, diverso, ribelle, figlio di un sogno che nasce nella terra, tra i muretti a secco, nei silenzi. Il sogno di chi continua a credere che un altro modo di vivere sia possibile. Idealisti o visionari, sarà il tempo a deciderlo. Di certo Oscar Wilde aveva le idee chiare sul valore delle utopie:

    Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia
    non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla
    il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo.
    Il progresso non è che il farsi storia delle utopie.

    Spesso, però, quelle che per alcuni sono utopie, per altri sono distopie, incubi. È successo nella storia di quest’isola quando si sono scontrate due visioni del mondo, come abbiamo visto nello scontro tra la civiltà nuragica, comunitaria e pastorale, e quella imperiale e gerarchica di Roma. È successo anche nel ‘900, nello scontro tra la visione  agro-pastorale, radicata nella comunità, e quella della società dei consumi, che voleva recintare, deviare e sfruttare una delle risorse più preziose di questi luoghi: l’acqua. 

    Superato il paese il percorso scende nella piccola pianura di Locoe. Una zona di vigneti, ulivi, campi. Qui sarebbe dovuta sorgere una diga da venti milioni di metri cubi per produrre energia elettrica.  Per lo Stato era modernità, sviluppo, futuro. Per gli orgolesi una condanna: più di duecento ettari di campi da sommergere. Il 6 marzo del ’47 il paese rispose come sa fare: insieme. Millecinquecento persone scesero in piazza, in testa le donne, a difendere la loro terra.

    Dietro il progetto c’era la famiglia Gallisai di Nuoro, antica famiglia nobile convertitasi all’imprenditoria. Farina, pasta, talco, ghiaccio, ceramiche, elettricità: i Gallisai avevano contribuito a trasformare Nuoro da paese pastorale a città industriale, un simbolo del nuovo che avanzava. Ma qui, a Locoe, due mondi si guardarono negli occhi.  Da una parte la comunità agro-pastorale, che dell’acqua faceva vita, pane e condivisione. Dall’altra la società dei consumi, che dell’acqua voleva fare energia, profitto, potere. Acqua per irrigare contro acqua per produrre. E così l’utopia del progresso mostrò il suo volto doppio: promessa per chi decideva, perdita per chi subiva. Grazie alle proteste e all’appoggio del comune il progetto della diga si arenò, ma non morì del tutto.

    Nel 1957 la ditta Gallisai ottenne il decreto di concessione per la realizzazione della diga, con un progetto del tutto simile al precedente, e il 25 febbraio del 1959 si presentarono a Locoe i tecnici per compiere i rilievi nell’area.

    Il malcontento esplose di nuovo, tanto dei proprietari di quelle terre quanto della comunità e del Comune: proteste compatte che portano all’abbandono del progetto in quelle aree. La terra rimase al popolo, e con essa un’altra idea di futuro: un’utopia diversa, non fatta di cemento ma di libertà.

    È il momento di tornare verso il paese, ma, prima dell’ultima tappa, è possibile fare una sosta presso le Domus de Janas (“case delle fate”) di Su Calavriche, datate intorno al 3500 a.C. Tre sepolture scavate nel granito con ancora al loro interno tracce di pittura.

    Sesta tappa: Sa Pandela pro Orgosolo

    Dopo Locoe, il cammino incontra un sogno che accomuna tutti: un mondo senza guerre. Gino Strada, cofondatore di Emergency, a chi lo tacciava di essere un utopista rispondeva che per lui era un complimento, non un insulto. E che l’utopia:

    È il sale della vita, dà un senso all’impegno quotidiano, crea movimento,
    dà una ragione forte per passare dall’“io” al “noi”. Qualsiasi conquista
    che ha segnato il cammino dell’umanità, in ogni campo,
    a partire da quello scientifico era un’illusione, un’intuizione,
    fino al giorno prima di diventare realtà.

    È dedicata all’utopia della pace l’ultima tappa del percorso: precisamente Sa Pandela pro Orgosolo. Inaugurata nel 2016, deve il suo nome a “Pandela” che in sardo significa bandiera. Più nello specifico, Sa Pandela è lo stendardo che porta le effigi di San Pietro Apostolo, patrono di Orgosolo, e apre ogni 29 giugno la grande processione in suo onore. A questa tradizione si ispira il monumento. 

    Ideata da Francesco Del Casino – il professore senese che di Orgosolo ha raccontato l’anima con i suoi murales – e realizzata insieme a Teresa Podda, Pino Muggianu e la comunità tutta, Sa Pandela è un’installazione in muratura e ceramica che accoglie chi arriva in paese. Per quindici giorni, decine di persone lavorarono fianco a fianco: chi donando tempo, chi materiali, chi soltanto una mano. Dopo aver ripulito l’area lungo la strada Nuoro/Locoe, si posizionò la struttura in cemento, poi si imbiancò, e infine si aggiunsero le tessere di ceramica che compongono il mosaico di una madre con due bambini: simbolo universale di vita, accoglienza e speranza.

    Osservando da vicino, si scorge una figura giovane che accoglie una colomba sulla mano, gesto di pace che lega la terra al cielo. Su un lato della struttura, alcuni versi di Juvanne Pira, poeta, pastore e voce del canto a tenore di Orgosolo, sono un inno alla pastorizia e all’amicizia. In cima, tre colombe di ferro battuto che guardano l’orizzonte: emblema di pace, ma anche di libertà, di continuità. Come se il sogno di un popolo potesse davvero prendere il volo.

    Così Orgosolo ha piantato la sua Pandela all’ingresso del paese: non una bandiera di guerra, ma una bandiera di pace, costruita insieme, pietra dopo pietra, come si fa nelle feste popolari, quando ognuno dà il proprio contributo. L’invito è scritto accanto, nei versi di Pira:

    Faghimos d’amistade unu nuraghe.

    Costruiamo di amicizia un nuraghe.

    Dalla resistenza della civiltà nuragica alla rivolta di San Marco, passando per Locoe fino a Pratobello, la stessa voce attraversa i secoli: quella di una comunità che non ha mai smesso di dire “no” alle imposizioni, trasformando la lotta in consapevolezza, la disobbedienza in identità. Oggi quella voce parla nei murales, nelle canzoni, nelle poesie, nelle storie di chi a Orgosolo si impegna a resistere senza distruggere, a costruire un mondo migliore.

    E così, tornando verso il centro del paese, ci si può fermare per un’ultima sosta alle Cantine di Orgosolo, nate dal coraggio di piccoli produttori uniti in una stessa visione: trasformare la terra, insieme, in futuro.

    Un buon modo per chiudere il viaggio – e per brindare, magari con un calice di Cannonau, al dissidente che continua a camminare dentro ognuno di noi.