Peppino E Nicola
Viticoltori
Nicola e Peppino, le voci del vino a Orgosolo
Tra le mani piene di terra e le schiene piegate sotto il sole, la vigna a Orgosolo non era un’attività: era vita che scorreva, annata dopo annata. Lo raccontano Peppino e Nicola, due volti diversi di una stessa anima. Due amici che si sono incrociati tra filari, vendemmie e un sogno condiviso.
“Noi siamo nati con le vigne”, dice Peppino, fondatore della cantina Orgosa. “Da piccoli se la mattina si andava a scuola, la sera si stava in campagna”.
Da grande si allontana, viaggia, ma il legame con la terra lo richiama indietro. “Sono rientrato quando mi sono stancato. Qui siamo attaccati alle radici”.
Nel 2002 riprende le vigne di famiglia, le reimpianta quasi tutte e sceglie un modo di lavorare che somiglia più a un atto di fedeltà. Niente chimica, fermentazioni spontanee, nessun filtraggio. Oggi Peppino fa quasi tutto da solo. Circa 7.000 bottiglie all’anno, artigianali e genuine.

Nicola arriva al vino da un’altra strada.
Era il 2007, e insieme a un gruppo di concittadini si è chiesto: “Perché non provare a fare una vinificazione insieme?”.
Così è nata Cantine di Orgosolo: 16 soci, circa 45 ettari di vigne e una produzione di 30.000 bottiglie. Anche qui il vino è frutto di mani, cura e tradizione. “Seguiamo rigidamente il disciplinare. Produzioni naturali, sia in vigna che in cantina”.
E poi c’è lei, la Granatza. Bianca, precoce, per anni dimenticata.
“Quando ero piccolo”, racconta Nicola, “si usava per gli innesti perché era la prima a maturare. Poi finiva in qualche vino dolce, giusto per non perdere l’uva”. Era l’unica uva bianca in un mare di rosse. Cannonau soprattutto, ma anche Monica e Carignano. Rimasta ai margini, fino a quando qualcuno ha deciso di ascoltarla.
Quasi un paradosso, ciò che sembrava marginale rivela oggi un potenziale straordinario. Come i vecchi vigneti che tornano a parlare. Come quel rapporto faticoso con la campagna che, col tempo, si trasforma in amore. “Da piccoli lo odiavamo”, confessano Nicola e Peppino, “poi cresci e ti accorgi che qui, in natura, in mezzo a questi colori, sembri in un altro mondo.”

Oggi la Granatza è tornata in bottiglia, con il suo colore dorato, la sua acidità naturale, la sua unicità. È una chicca, poche migliaia di bottiglie in tutta la regione. Autoctona, è figlia di questo triangolo di terra tra Orgosolo, Oliena e Mamoiada. Un territorio aspro e luminoso, fatto di pendii, granito sbriciolato e vento secco. “Ha le carte in regola per sfidare il vermentino”, dice Nicola. E non lo dice a caso.
Il vino a Orgosolo è gesto e memoria, ma anche visione. È Peppino che segue ogni passaggio del suo vino biologico. È Nicola che guarda avanti e vuole raccontare la Granatza al mondo.
In mezzo c’è Orgosolo, un paese che si specchia nelle sue vigne. Antico, testardo e generoso. Una generosità che si riflette nel carattere delle persone. “Abbiamo la fama di essere il paese più ospitale della Sardegna”, dice Peppino, “è un’ospitalità che nasce dal legame con il territorio, naturale e sincera”.
E se il Cannonau resta il cuore, la Granatza è forse il sussurro più delicato. Una voce che torna dopo anni di silenzio, portando con sé la bellezza di ciò che resiste.