Teresa

Muralista

Teresa, che fa vivere i murales

Altrove sono immagini. A Orgosolo, i murales sono lingua. Nati per dire cose che non si potevano dire in altro modo. Teresa Podda lo sa bene, ha iniziato a disegnare da bambina, non con l’idea di diventare artista, ma perché stava accadendo qualcosa, un gesto collettivo, spontaneo, che univa disegno e parola, memoria e protesta.

“Ero alunna di Francesco Del Casino”, dice, ripensando a quel maestro di scuola, toscano d’origine ma orgolese d’adozione, che negli anni ’70 fu tra i primissimi a portare l’idea del muralismo in paese. “Mi è sempre piaciuto disegnare, ma è stato fisiologico. Lui ci portava con sé, noi riempivamo gli spazi. Si stava insieme, si condivideva un messaggio.”

Oggi a Orgosolo i murales sono più di 350, ma all’inizio erano pochi, nati da un bisogno urgente: raccontare la realtà del paese con le proprie parole. In quegli anni, il muralismo non era un progetto culturale, ma una forma di resistenza. “Non è importante essere bravi in disegno. È importante avere qualcosa da dire”, dice Teresa, e questa frase basta a spiegare il senso profondo di ciò che accade ancora oggi sui muri del paese.

I murales non si pianificano, non si depositano, non si fanno per essere visti. A Orgosolo, un murale nasce perché “si sente”. Un fatto di cronaca, un pensiero che circola, una frase detta al bar: “È come se tutto il paese pensasse la stessa cosa, anche se non ci diciamo niente”, prosegue Teresa.

Anche i luoghi parlano. Un murale non è un quadro su una parete, non si appende. Nasce da quel muro, da quella storia. Toglilo da lì, e muore. Toglilo dal suo spazio, e perde il suo significato. E poi qui non si cerca visibilità, ma coerenza con un’idea, un valore. Per questo sono pochi i disegni senza scritte: le parole sono la loro voce. Il disegno è importante, ma è un mezzo. “La scritta è fondamentale”, dice ancora. “Il disegno è un accessorio”.

Quel modo di fare, collettivo, è diventato anche un’esperienza educativa. Teresa ricorda come Del Casino coinvolgesse i bambini, affidando a ognuno un colore, uno spazio, un gesto. E ancora oggi chiunque può partecipare, non importa il ruolo, importa l’intenzione. “Anche chi ha passato solo un giallo è parte del lavoro”, sottolinea con naturalezza.

Crescere a Orgosolo ha voluto dire anche convivere con uno sguardo esterno spesso distorto. “Eravamo un paese martoriato. Tutti parlavano di noi, ma noi non avevamo voce.” I murales hanno rotto quel silenzio, e per questo sono ancora oggi vissuti come qualcosa di vitale, che appartiene a tutti.

Con il tempo, molti artisti da fuori hanno chiesto di dipingere a Orgosolo. Alcuni lo fanno per curiosità o per essere notati, altri per rispetto. Ma non sempre comprendono il senso profondo del muralismo orgolese, che non è né decorazione né firma. 

Oltre ai murales, Teresa ha creato una forma tutta sua per continuare a guardare e raccontare il mondo. Disegna sulle pietre, cercando forme già esistenti e portandole alla luce. Le ha dato un nome: Pedrales. “È un po’ come liberare qualcosa che avevi dentro e non riuscivi a dire a parole.”

Ci sono ancora storie che Teresa vorrebbe scrivere sui muri. Non grandi eventi, ma persone semplici, che hanno lasciato un segno nel paese. Quando le si chiede un consiglio per chi vuole avvicinarsi al muralismo, risponde senza esitazioni: “Fallo solo se hai qualcosa che ti smuove dentro. Solo così ha senso.”

Oggi i murales fanno parte della vita quotidiana del paese. Non sono più solo memoria, ma anche presenza. “Mi sembrerebbe strano svegliarmi e non trovarli più. Quando demoliscono una casa con un murale, qui sembra sia morto qualcuno”, racconta. 

Di Orgosolo ama la comunità, le persone, il ruolo delle donne. Crescendo, dice, ha capito quanto siano forti. E quanto sia importante non perdere la lingua, che non è un dialetto, ma una radice.

Ed è forse proprio questo, in fondo, il cuore del suo modo di stare al mondo. Lasciare una traccia, non per sé, ma per restituire qualcosa. Un frammento di verità, una forma liberata dalla pietra, una scritta sul muro che racconta chi siamo.