Maria
Maestra della Seta
Maria, che lavora e tesse la seta
Ci sono saperi che non passano da libri o corsi. Passano dagli occhi. Dal vedere la magia che accade davanti a te. Come il ritmo delle dita sul telaio, la pazienza nel nutrire i bachi da seta, l’istinto nel riconoscere quando un filo è pronto. Maria Corda li ha osservati fin da bambina, in casa, nel cortile, tra le mani di sua madre e di sua nonna. “Noi non imparavamo, guardavamo. Loro lo facevano come lavoro”, dice.
A Orgosolo, la lavorazione della seta ha radici antiche, ci sono tracce scritte già dal 1700, ma probabilmente esisteva da prima. Nella famiglia di Maria, si tesse da oltre duecento anni. “Siamo alla sesta o settima generazione. È una tradizione di famiglia, da parte di mamma.”

Una volta, quasi ogni casa di Orgosolo aveva un albero di gelso. Le donne allevavano i bachi per confezionare Su Lionzu, il copricapo in seta del costume tradizionale femminile. Non si comprava, si faceva. L’allevamento era un sapere diffuso, la lavorazione collettiva. Otto donne per l’orditura, cortili interi occupati e fili lunghi diversi metri. Maria Corda racconta: “Era dovere di ognuna portare la propria seta. C’era una comunità dietro ogni copricapo.”
Oggi, quel sapere è ancora lì. Gli strumenti sono gli stessi di allora: fusi, naspe, legni consumati dall’uso. “Su Lionzu viene confezionato come 250 anni fa. Stessi arnesi, stesso tempo di lavorazione.” Anche il filo è quello della razza Orgosolo, giallo intenso, meno produttivo di altre varietà ma più riconoscibile.
La lavorazione, allora come oggi, è un affare femminile. “Anche l’allevamento era compito delle donne. Gli uomini che aiutavano venivano canzonati, gli si scrivevano poesie, si rideva.”
Maria non ha mai pensato di smettere. Nemmeno quando sembrava impossibile continuare. Quando sembrava che nessuno capisse più. Perché certe cose si fanno anche solo per dignità. O per amore. “Amo troppo il mio paese, amo troppo l’abito tradizionale. Ce l’ho nell’anima” dice. Oggi, la sua più grande soddisfazione è vedere sua figlia voler portare avanti il mestiere.
Il laboratorio che gestisce dal 2005 è diventato anche un luogo di racconto. Ci sono le visite, le scolaresche, i turisti. “Quando riesco a far vedere un bruco che costruisce il bozzolo, i bambini dicono che qui si sta in un posto magico.”
Di Orgosolo ama la gente, il garbo, la ricchezza culturale. “Non lo dico perché sono di qui, ma è così. Io non vivrei da nessun’altra parte.”
C’è ancora molto da fare perché Su Lionzu non diventi solo una reliquia. Perché sia qualcosa di più di un passato da rievocare. Maria lotta perché torni a essere qualcosa di presente, vivo, ostinato. L’altra faccia della Sardegna la riconosci anche da questo: per gente come Maria, che tesse, anche quando nessuno guarda.