Franco

Pastore

Franco, il volto del Supramonte

L’orologio Franco non lo ha mai guardato. Guardava il vento, il pascolo, la luna. Per 43 anni ha vissuto come si viveva una volta: tra ovili, sentieri impervi e notti sotto le stelle. Nella parte più selvaggia della Sardegna, quella che non si visita, ma si conquista. Prima con le capre, poi con le pecore. Le capre però “sono tutta un’altra cosa”, dice lui. Più ostinate, più selvatiche. “Chi non è nato in mezzo alle capre scappa. Non è un mestiere che si può improvvisare.”

Ha iniziato da ragazzo, appena finite le scuole. In famiglia tutti erano in campagna, e lui ha seguito la stessa strada. La sua zona era ai piedi del Supramonte, ma con le capre ci si spingeva più in alto, là dove la terra è più ruvida e le giornate più dure. “Nel Supramonte non resisti se non ci sei nato. È fatica continua.”

Il pastore non lavora solo di giorno. A volte si resta nell’ovile anche una settimana intera. Si dorme nei pinnetti, tra legno e frasche. La sveglia è alle quattro. “Si tolgono i capretti dai recinti, si dà loro il latte dalle madri, poi si richiudono. Dopo si fa il formaggio. Ma il più faticoso era allattare a mano. Se sbagli madre, la capra rifiuta il piccolo per sempre.”

Parla con un tono piano, ma le parole sono precise. È uno che conosce ogni pianta, ogni vento, ogni cambiamento del cielo. “Non avevamo le previsioni meteo, si guardava il comportamento degli animali, la direzione del vento, i segni della luna. Dovevamo saper fare tutto: pastore, veterinario, meteorologo.”

Oggi, dice, quel mondo non c’è più. “Non è rimasto quasi nessuno. Le capre al pascolo brado sono poche. L’allevamento è diventato stalla e mangime. E non c’è più un tornaconto. La globalizzazione ha annullato i nostri prodotti.”

Eppure il legame con la terra resta. Quando parla del Supramonte, si sente una specie di rispetto duro, misto a nostalgia: è la montagna che, da sempre, definisce Orgosolo. “L’aria era sana. Raramente ci si ammalava. Dormivi in mezzo al timo, al rosmarino, tornavi a casa che profumavi di erbe. Era una vita salutare, anche se solitaria.”

Del Supramonte, dice, si raccontano anche storie. “Ci sono leggende, nate magari da qualcosa di vero, poi diventate mito. Come quelle riguardo su Gorropu, dicevano che lì c’erano i demoni, che facevano dispetti ai pastori.” Racconta in particolare di un demone, una sorta di folletto dispettoso, che confondeva il gregge nei giorni di nebbia o di vento. “Ti faceva sentire i campanacci da una parte, ma poi là non c’era niente.” Altre volte, invece, si parlava delle janas, creature che filavano e tessevano, e che con i locali avevano un buon rapporto. “Quelle aiutavano. Non erano dispettose come gli altri.” Leggende che hanno accompagnato generazioni, nate da una vita a contatto con la natura, l’isolamento e l’immaginazione.

Negli anni ha visto cambiare anche il sapere. “I pastori di oggi non hanno più le conoscenze di quelli di una volta. È cambiato tutto. Ora servono computer, certificati, burocrazia. Il mestiere è diventato un labirinto”. 

Oggi, il mestiere l’ha lasciato al nipote, “ma è un pastore diverso, più moderno”. Lui invece porta dentro l’odore delle erbe, la fatica dei giorni in ovile, la libertà ruvida del Supramonte. “Se uno ha salute, può fare il pastore anche a 100 anni. Non è l’età che ti ferma.”

A Orgosolo è sempre rimasto e dice: “è un paese in mezzo alla natura. Radicato, fiero, con un carattere difficile da piegare.” Come le capre. Forse, come certi uomini. Uomini come Franco.