Maria Antonia

Maria Antonia, la custode della memoria

Maria Antonia non si definisce una custode, ma lo è. Per lei le tradizioni sono importanti, ogni rito racconta una stagione, una storia, un modo di stare al mondo che rischia di dissolversi. Ma che, anche grazie a lei, resiste. E continua a rendere speciale Orgosolo, quest’altra faccia della Sardegna.

Una risata lieve accompagna i ricordi di Maria Antonia. Sotto quella leggerezza c’è uno sguardo che ha osservato tutto: il dopoguerra, la pace, la miseria e l’abbondanza. Orgosolo è cambiata tanto nel tempo di una vita, ma le feste hanno sempre scandito il tempo, questo lo ricorda bene: “Per Ognissanti si facevano su popassinu nieddu e su popassinu biancu. Erano i dolci dell’autunno, con la frutta secca. Non come adesso che li trovi in qualsiasi momento. Una volta si aspettava. E quando arrivavano le feste, eri felice anche per quello”.

C’erano dolci per ogni occasione, ma non si compravano. Si facevano in casa, sempre. A Natale non c’erano dessert elaborati, solo arrosti. A Carnevale arrivavano zippole e urellétte. Per Sant’Antonio Abate, su pistidi, un dolce di semola e miele racchiuso in una sfoglia sottile.

Anche il ciclo dell’anno agricolo era segnato dalla condivisione. “I pastori a Pasqua regalavano il formaggio fresco. A maggio, tornati dalla transumanza, donavano il latte. I contadini, dopo la prima mietitura, offrivano un po’ di farina. Con quella si faceva la pasta fresca per il primo d’agosto.” Una tradizione che oggi BiOrgosa – Associazione Biodiversità di cui fa parte ha ripreso, con una cena comunitaria, “si mangia, si chiacchiera, si invita il vicinato. È una bella cosa.”

Poi ci sono i riti ancora più antichi, come la notte di San Giovanni. Il 23 giugno si raccoglieva l’acqua da tre fontane, che veniva conservata per purificarsi e proteggersi. All’alba si usciva a raccogliere le erbe: iperico, elicriso, timo, lavanda. “A casa di mia nonna c’erano i barattoli pieni. Perché una volta in farmacia c’era solo il sale inglese, il piramidone, e poco più. Tutto si curava con le piante.”

Con quelle erbe si facevano anche i brevi, piccoli sacchetti cuciti con stoffe buone, riempiti di profumi e significato: erbe e sale benedetto, simbolo di sapienza. Si regalavano ai neonati, alle spose, si mettevano nei cassetti per profumare e tenere lontane le tarme. Non erano solo sacchetti di stoffa, ma secoli di protezione, memoria, cura. Gesti semplici, ma carichi di senso.

E poi le feste religiose, la fiaccolata del 23 agosto con la Madonna portata in processione tra decine di cavalli addobbati, la sfilata di San Pietro, Sa Vardia, e tutte le processioni nelle antiche chiese del paese, quindici comprese quelle campestri. 

Non tutto, però, è rimasto uguale. “Ora si esagera. Prima i cavalli servivano per lavorare, domati, usati da tutti. Adesso sono un lusso. E poi si gira tutta la notte per festeggiare, una volta invece si passava casa per casa, si offriva un biscotto, un bicchiere, e si tornava a casa.” Maria Antonia non nasconde un certo disincanto. “C’è meno rispetto, meno misura. Prima si viveva con poco, ma si condivideva tutto. Oggi si spreca, si dimentica. Però le tradizioni possono ancora tenerci insieme, se vogliamo.”

Nonostante tutto, Maria Antonia continua a fare quello che ha sempre fatto: raccoglie le erbe, prepara i dolci nei momenti giusti, partecipa alle iniziative della comunità. “Io queste cose le faccio ancora”, dice. E non lo fa per nostalgia, ma per coerenza. “Perché le tradizioni tengono la comunità viva. Sono le nostre radici. E sono una ricchezza”.